Effetto Larsen

Spesso si sente arrivare e dà subito fastidio, l’effetto Larsen è un feedback acustico che, a causa di un sistema audio impostato (o utilizzato) scorrettamente, crea un fischio che inizia piano e quando aumenta sembra voler rompere i timpani.

Il primo a descriverlo fu il fisico di cui l’effetto stesso porta il nome, Søren Absalon Larsen, che tentò di spiegarlo con calcoli matematici collegati alla fisica.

L’effetto Larsen è il motivo per cui bisogna conoscere bene le apparecchiature elettroniche per sistemarle in modo che non entrino in connessione tra loro, a livello di onde sonore.

Collegato ad apparecchiature elettroniche come microfoni e altoparlanti, può essere ridotto o eliminato facilmente se si comprendono e si seguono delle pratiche di utilizzo di queste apparecchiature corrette.

Come si forma l’effetto Larsen?

Uno degli esempi più comuni è il microfono davanti all’altoparlante: in questa situazione il fischio dell’effetto Larsen si genererà al 100%.

Il microfono, la cui funzione è proprio quella di amplificare i suoni meno udibili, capta le vibrazioni dell’altoparlante che, a sua volta, emette onde anche se non sta trasmettendo alcun suono.

Questo “scontro di onde sonore” si somma in un crescendo che non finirebbe mai e potrebbe anche causare danni fisici alle orecchie. 

Per fortuna alcuni sistemi elettronici, come gli altoparlanti, oltre un certo livello distorcono il suono per evitarlo, dunque la crescita del contrasto si blocca.

Per lo stesso principio possono causare un effetto Larsen la puntina del giradischi che fa suonare i dischi in vinile, alcune sonorità delle corde di una chitarra elettrica e le telefonate in diretta radio o TV in cui il volume del ricevitore dell’ascoltatore è troppo alto e, quindi, rientra nel microfono del telefono.

Come evitare l’effetto Larsen?

L’effetto del ritorno audio si verifica il più delle volte in occasione di eventi live e, per evitarlo, il fonico o gli addetti all’organizzazione degli impianti devono conoscere bene le posizioni degli strumenti.

L’ideale sarebbe mettere microfoni e altoparlanti lontani tra loro o allontanare strumentazione acustica e diffusori audio, ma non sempre ciò è possibile.

Quindi, se non si possono distanziare a sufficienza le strumentazioni, si deve cercare di minimizzare l’effetto.

I microfoni direzionali aiutano moltissimo a ridurre l’impatto di questo contrasto di onde oppure, in alternativa, gli equalizzatori (ovvero dei filtri sonori) cercano di evitare l’incontro / scontro delle onde nell’ambiente.

I più organizzati utilizzano i processori di dinamica: si tratta di sistemi in grado di comprimere o ampliare le onde emesse da un dispositivo in modo che non entrino in contatto con le altre presenti nell’ambiente, se dunque è attivo un microfono l’altro si silenzia automaticamente, se una chitarra si avvicina troppo a un altoparlante quest’ultimo abbassa l’intensità e così via.

Una buona soluzione è anche quella di inserire una vibrazione nell’ambiente, in modo che disturbi le onde e non le faccia contrastare tra loro.

Non è sempre un effetto negativo

L’effetto Larsen è fastidioso ma non per forza è un fenomeno negativo: chi sa usarlo e può anche giocarci per sfruttarne al meglio le caratteristiche e trasformarlo in effetto sonoro o musicale.

Diversi artisti lo hanno volutamente riprodotto nei loro brani come ad esempio Johnnie Watson, il primo a usare l’effetto Larsen come “distorsione artistica”.

I Beatles hanno imitato questo azzardo nel loro brano I Feel Fine con risultati discreti.

Il chitarrista Gabor Szabo trasformò l’effetto Larsen in una delle sue armi sonore migliori, collegandolo al suono della sua chitarra acustica.

Fecero uso di questa distorsione anche i gruppi dei Kinks e degli Who, negli anni novanta.

Anche Jimi Hendrix, ad un certo punto della sua carriera, iniziò a “governare” i feedback della propria chitarra elettrica, influenzando gli effetti ipnotici di band come i Sonic Youth, un gruppo rock alternativo e noise statunitense.